L’edificio

L’insigne collegiata di Sant’Ambrogio, il maggior tempio della città di Varazze, nasconde una storia assai lunga e complessa di cui però è doveroso dare alcuni cenni. Dalla primitiva pieve eretta sulla vicina collina di Tasca le nuove esigenze urbane della Varagine basso medioevale dettarono il bisogno di un nuovo edificio di maggiori dimensioni a cagione dell’aumento demografico e, parimenti, posto vicino all’arenile e al borgo che andava allargandosi.

Probabilmente a inizio 1300 si iniziò a costruire la nuova chiesa in stile tardo romanico lombardo di cui il principale, e unico, indizio è la superstite torre campanaria familiarmente chiamata dai varazzini “u campanin russu” ovvero “il campanile rosso” di cui , grazie ad un’antica iscrizione lapidea, conosciamo la data di edificazione risalente al 1338. La posizione inusuale della torre vicina alla facciata odierna, ma comunque lievemente arretrato, unitamente alla presenza di alcuni reperti architettonici cinquecenteschi, è testimonianza che l’orientamento dell’edificio religioso non fosse come l’odierno ma letteralmente volturato di 180° come del resto prevedevano le norme liturgiche dell’epoca; infatti anticamente l’area presbiterale veniva orientata verso il sorgere del sole, raffigurante il Cristo, mentre il portale si apriva a ponente. Uno dei simboli della città di Varazze, il maestoso campanile di gusto lombardo rappresenta un interessante elemento di transizione tra il romanico e un iniziale stile gotico probabile cifra distintiva dei maestri comacini qui operanti nella prima metà del 1300. La possente massa in mattoni magistralmente alleggerita dalle trifore adorne di esili colonnine marmoree, si erge da un più antico “cubo” in pietra, probabile vestigia di una più antica torre, a pianta quadrata di 5 metri per lato; una razionale divisione in tre celle è pretesto per un graziosa, quanto tipica di questo stile, cornice a “denti di sega” realizzata con una sapiente disposizione obliqua dei mattoni. Nella sua interezza la torre campanaria misura 33 metri al vertice della guglia, in effetti aggiunta nell’ottocento in vile materia cementizia, e 27,50 alla gronda antica.

Completa la decorazione del campanile un curioso e, invero irregolare, susseguirsi di coppelle ceramiche denominati “bacili islamici”. Di questi reperti fittili, originariamente in un probabile numero di trenta ed oggi manchevoli di sei, è bene spendere alcune parole. La decorazione e la generale fattura ne fanno risalire la produzione a fornaci moresche operanti nella Spagna del secolo XIV e sicuramente esportati in Italia, visto che per tutto il secolo XV i nostri maestri figulinai non conoscevano l’uso del colore a riflessi. Le dimensioni variano dai 12 ai 35 cm di diametro e risultano essere letteralmente incastonati nel substrato murario del campanile,rivolgendo all’esterno la concavità. Come già accennato, la fattura denuncia una provenienza iberica e più specificatamente denota un duplice ciclo decorativo: uno più antico, risalente al’300 con bacili provenienti dall’Andalusia e addirittura dal Medio Oriente; uno più recente con reperti, invero più abbonanti, tardo quattrocenteschi di fattura Valenziana. Una tradizione varazzina vorrebbe che tali ceramiche siano il frutto di una vittoria degli abitanti del Borgo contro un tentativo di razia saracena. Gli assedianti, sconfitti, lasciarono alcuni relitti ricolmi di masserizie sulla spiaggia, tra cui spiccava un carico di queste maioliche. Ad eterna memoria della valorosa difesa delle proprie case, i borghigiani vollero decorare il campanile della Chiesa Matrice con i trofei risultanti dalla vittoria. Altra spiegazione, forse più razionale, è da ricondurre alla presenza di un “Hospitale” per pellegrini qui costruito dai monaci betlemitani sul quale oggi insiste l’oratorio di San Giuseppe e SS. Trinità. Di questi ricoveri la Varazze medioevale abbondava, andando dal monastero di Santa Maria in Latronorio fino all’antica pieve dei Ss. Nazario e Celso, retta al tempo dai monaci lerinensi. Tale abbondanza di strutture necessitava di una chiara indicazione per gli affamati viandanti i quali riconoscevano, nella presenza di queste curiose “stoviglie” murate, la garanzia per un pasto caldo e un sicuro ricovero.

Tornando alla storia dell’edificio sacro si nota che anche la “nuova” chiesa trecentesca dovette lasciar spazio a più moderne costruzioni. Nel 1535 si ebbe un primo rifacimento della struttura, gli unici indizi di questo intervento rimangono confinati a uno stretto corridoio di collegamento tra la sagrestia e il campanile: qui si possono notare infatti alcuni resti in stucco delle decorazioni cinquecentesche delle cappelle laterali.

L’attuale orientamento è stato adottato nel 1665 e fortemente voluto dalla popolazione, volendo abbellire maggiormente il proprio tempio ed eliminando il problema dell’antico ingresso troppo vicino, per non dire soffocato, alle mura cittadine.

L’ultimo intervento riguarda la facciata ricostruita nelle attuali forme tra il 1912 e il 1920 dall’architetto Luigi Guglielmo Camogli. In gara due progetti per la realizzazione della nuova facciata: uno in stile con il campanile romanico di Giovanni Patrone, e di una nuova decorazione monumentale di gusto barocco molto simile, peraltro, a quella della cattedrale di Savona. Come si può vedere oggi vinse felicemente la seconda proposta dell’architetto Camogli creando un interessantissimo, quanto magnifico, connubio tra diversi stili architettonici. Quindi dall’intenso rosso del laterizio trecentesco fa contrappunto il candore della facciata in graniglia eseguita nei primi decenni del ‘900 secondo forme e stili che ricordano le monumentali basiliche romane dell’epoca barocca. Nel registro inferiore, appena sopra il portale d’ingresso, spicca un apoteosi di Santa Caterina da Siena, patrona della città di Varazze. Lateralmente, ad accesso delle navate minori, i portoni sono decorati da due putti ciascuno recanti i simboli dei quattro evangelisti. Sei possenti lesene, coronate da altrettanti capitelli di gusto corinzio, intervallano la facciata e sostengono la trabeazione nel cui fregio centrale spicca la dedicazione in lingua latina della chiesa: “D-O-M (= Deo Optimo Maximo: A Dio Ottimo e Grandissimo) IN MEM. D. AMBROSII (= in memoria di sant’Ambrogio) QUI CATHOL. FIDEM STRENVE DEFENDIT (= che difese energicamente la fede cattolica) IPSUMQUE CLARISS. ECCL. LUMEN B. AVG.I CHRISTO PEPERIT (= e generò a Cristo quel famosissimo luminare della Chiesa che è sant’Agostino)”. Superiormente un bel altorilievo raffigura il battesimo di Sant’Agostino da parte di Sant’Ambrogio posto tra le grandi statue di due estatici angeli telamonii. Alcuni tra i Santi protettori della cittadina coronano le due balaustrate laterali: da nord verso sud si possono riconoscere il Beato Jacopo, San Giuseppe, San Giovanni Battista e infine San Bartolomeo Apostolo. A coronamento del tutto svetta lo stemma papale di San Pio X, pontefice sotto il quale regno venne proposto il progetto di rifacimento della facciata stessa. Come già riferito il progetto generale venne eseguito dal già citato Arch. Camogli mentre l’intero corredo statuario e decorativo venne affidato allo scultore Nino Italia. Questo eseguì in creta i modelli e i successivi stampi necessari per la formatura, in loco, delle statue in graniglia seguendo una tradizionale “ricetta” a base di polveri di marmo, gessi pregiati, graniglie e pece greca a consolidare il tutto. Purtroppo, seppur di grande effetto, l’opera dello scultore è funestata proprio dalla presenza nella massa del collante naturale, la pece greca o colofonia appunto, che, complici gli anni e le ingiurie del clima, crea delle antiestetiche sbavature giallastre viranti al bruno sulla superficie decorata.

Passando all’interno della chiesa si apre agli occhi del visitatore e del fedele un vero e proprio scrigno di bellezze artistiche. Tra queste cattura immediatamente il maestoso gruppo scultoreo dell’Assunzione della Vergine, opera di Francesco Maria Schiaffino scultore genovese. Questa statua venne commissionata nel 1740 da Carlo Maria Lomellino arcivescovo di Ajaccio e nobile genovese la cui famiglia fu tradizionalmente fortemente legata alla città di Varazze. Della stessa commissione fa parte anche il sagrato a mosaico in ciottoli di mare datato al 1759.

La Navata centrale, originariamente candida, venne affrescata in tempi relativamente recenti (seconda metà dell’ 800) da pittori riconducibili alla scuola decorativa genovese. Partendo dal catino absidale troviamo la maestosa raffigurazione dell’incontro, o meglio scontro, tra Sant’Ambrogio e l’Imperatore Teodosio, reo della strage di Tessalonica, opera di Giovanni Quinzio (1832-1918). La volta del presbiterio è abbellita da una gloria di Sant’Ambrogio del Semino (1832-1883). Alle pareti laterali troviamo a destra una Natività della Vergine e a sinistra una Incoronazione della Vergine con i santi protettori della città, ambedue affreschi di Giuseppe Isola (1808-1893). Scendendo al transetto si notano due opere di Lazzaro de Maestri (1840-1916) raffiguranti la Pentecoste e le Nozze di Cana. Nuovamente dell’Isola sono gli Apostoli nella cupola e tre scene della vita del Santo titolare: “Battesimo di Sant’Agostino”, “Elezione di Sant’Ambrogio” e “Sant’Ambrogio accoglie i figli dell’Imperatore Teodosio”.

Le cappelle laterali offrono una splendida raccolta di magnifiche opere pittoriche che vanno dal 1500 alla seconda metà del 1700. Iniziando dal lato rivolto verso il mare troviamo nella cappella delle anime una tela di Gio Andrea de Ferrari (1598 – 1669) raffigurante la Madonna del Santo Suffragio. Procedendo troviamo un polittico di Francesco da Milano datato al 1535, raffigurante l’Annunciazione di Maria, mirabile sintesi di gusto pittorico fiammingo ed estrosità ebanistica italiana. La Cappella di Santa Caterina da Siena contiene, tra le ricche decorazioni dello scultore savonese Antonio Brilla, la piccola ma leggiadra statua della Mantellata Senese opera del Maragliano. Il transetto di sinistra accoglie una tela del Santino Tagliafichi, pittore operante nella seconde metà del 1700 nella zona ligure e del monregalese, raffigurante la pacificazione della fazioni dei guelfi e ghibellini da parte del Beato Jacopo da Varazze. La cappella attualmente riadattata alla custodia del Santissimo Sacramento era anticamente denominata di Sancta Maria Nautarum, Santa Maria dei Marinai, è adorna di un bel altorilievo seicentesco, ricche decorazioni marmoree e due opere, una di ignoto del XVII secolo raffigurante “La flagellazione del Cristo” e l’altra, “la nascita di Cristo” di Orazio de Ferrari (1606-1657). La cappella detta del Carmine contiene, purtroppo in parte oscurata da una sezione dell’organo, un bella tela di Luca Cambiaso di metà 500 raffigurante la Madonna in trono tra San Giovanni Battista e san Francesco. Procedendo al lato rivolto ai monti troviamo nel transetto di destra una grande tela di Orazio de Ferrari intitolata all’Apparizione di Cristo a San Gregorio Magno. Vera perla della Collegiata è il Polittico del Barbagelata datato e firmato nel 1500. Qui, su un maestoso fondo oro erede della tradizione pittorica italiana quattrocentesca, troviamo il Santo assiso in trono con i tipici attributi iconografici: libro e flagello. Ai lati sono rappresentati due serie Santi, a figura intera, in cui riconosciamo a destra San Paolo Apostolo e San Gerolamo e a sinistra San Pietro e San Giovanni Battista. Di più difficile lettura sono le sante del registro superiore in cui si potrebbe scorgere, ultima sulla destra, una santa Barbara e prima sulla sinistra una Santa Margherita. Quest’opera probabilmente rappresentava l’antica pala d’altare precedente all’attuale rifacimento settecentesco ed ovvio, quanto doloroso, notare la mancanza della predella (cornice inferiore) di una tavola centrale di probabile soggetto Cristologico e la relativa cimasa (cornice superiore). Quanto oggi si può ammirare è frutto delle incessanti ricerche e indubbi meriti dell’indimenticato parroco Mons. Francesco Calandrone. Successivamente si incontra un’interessante Crocifisso del 400 di stile bizantineggiante opera di ignoto scultore ligure.

Termina la serie di cappelle il battistero posto al piano terreno della torre campanaria adornato delle opere di Antonio Brilla risalenti al 1813 raffiguranti il Battesimo del Cristo. In ultimo è bene ricordare il bel pulpito seicentesco a tarsie marmoree opera gemella del precedente altare che oggi si può ammirare nell’oratorio di san Bartolomeo Apostolo nella borgata del Solaro.

La storia plurisecolare della chiesa di Sant’Ambrogio ha conosciuto in più di un’occasione episodi degni di essere menzionati a futura memoria dei posteri. Tra questi la presenza di Santa Caterina da Siena, che in visita alla patria del beato Jacopo da Varagine, sostò a Varazze dal 3 al 5 ottobre del 1376. Proprio nella Chiesa principale dedicata a Sant’Ambrogio, probabilmente nell’antico edificio del 1300, la Santa senese ebbe due visioni mistiche come ci raccontano due suoi seguaci: fra Bartolomeo Dominici e fra Stefano Maconi. Nella prima le viene rivelato dal Signore che in questo medesimo giorno, dopo alcuni anni, fra Raimondo da Capua avrebbe trasportato il corpo della Santa in un altro sepolcro. Caterina morirà a Roma il 29 aprile del 1380. Proprio il 3 ottobre del 1383 il beato Raimondo spostò il corpo della vergine senese dal primitivo sepolcro collocandolo nella chiesa di Santa Maria sopra la Minerva annotando che ciò avveniva “secundum profhetiam ipsi factam a Catharina Varagine die 3 oct. 1376”. Nella seconda visione, ben più lunga, è bene ricordare come il Signore raccomandò a Santa Caterina l’intercessione di San Francesco d’Assisi insieme a quella della beata vergine per la remissione dei peccati degli uomini. Nel 1939 il papa Pio XII proclamò proprio Santa Caterina da Siena e San Francesco d’Assisi patroni d’Italia ed è toccante ricordare che proprio in Sant’Ambrogio in Varazze Gesù Cristo raccomandò di far memoria a Santa Caterina di questo santo. Tale è l’amore dei varazzini per la loro patrona tanto da essere assai nota in tutto il territorio ligure l’imponente processione votiva che si svolge ogni 30 aprile. Ad essa si aggiunge il suggestivo corteo storico, o per meglio dire “sacra rappresentazione”, raffigurante alcuni momenti salienti della vita della santa tra i quali proprio la sua sosta varazzina.

Simone Silvagno
Lorenzo Grazioli Gauthier